Ciao, come stai?

Una domanda in apparenza banalissima, eppure. Eppure c’è un mondo dietro, dal quale però ci sentiamo subito in dovere di scappare, di allontanarci.

– Bene, grazie.

È la risposta più classica, la più sentita, la bugia che va di moda oggi. Ed è esattamente quello che gli altri si aspettano che gli rispondiamo, quello che sperano che gli rispondiamo. Ma non per noi, non per un vero e nutrito interesse nei nostri confronti, ma per paura. Solo per paura. Paura di addentrarsi in quel mondo che c’è dietro, in quell’universo che c’è prima, durante e dopo una domanda del genere. Paura di fare propri i problemi dell’altro, di tappezzarsi di negatività, di riempirsi tanto da non poterlo sopportare, di esplodere.

No.

Siamo arrivati al punto che mentiamo senza nemmeno pensarci un attimo, perché, siamo sinceri, chi di noi sta davvero così tanto bene da poter rispondere “bene, grazie”, completamente conscio di quello che davvero significhi un’affermazione del genere? Chi di noi non ha ansie, preoccupazioni, delusioni, paure? Ci siamo abituati alla finzione, più che alla realtà. La finzione è diventata il nostro credo, la nostra realtà, il nostro modo di essere, è ben assorbito in noi, e la realtà è diventata invece una nuova forma della finzione.

Prova a dire quello che pensi e risulterai banale, sciocco, pazzo. Risulterai finto. Sarai accusato di mascherare il tuo “vero” pensiero in virtù di una gloria effimera, di voler sembrare migliore agli occhi di chi ti ascolta, legge o vede. È la percezione dell’intero sistema umano ad essere distorta, falsata, contraffatta. Da noi stessi, e lentamente, negli anni.

– Ciao, come stai?

Prova a dire la verità, per una volta, inizia a parlare per un’ora o due e osserva che succede. Non puoi farlo, l’altra persona se ne andrebbe dopo cinque minuti. Tirerebbe fuori una scusa, l’ennesima bugia e se ne andrebbe. E se ne andrebbe perché in realtà di come stai non gliene frega niente. Allora tanto vale che giudichiate da soli: mi vedete, sono in piedi, respiro, parlo, mi muovo, tanto male non dovrò poi stare. Inutile chiedere se poi ci accontentiamo di un bene, grazie.

Ma riflettiamo, per favore, riflettiamo. Stiamo sempre più peggiorando il mondo, in maniera direttamente proporzionale alla distanza che stiamo prendendo da esso. E stiamo peggiorando noi stessi, senza neppure accorgercene.

– Ciao, come stai?
– Ti interessa davvero?

E scoprirai i veri amici che hai.

È un gioco di incastri.

 

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Frenesia

Perché, vi sembra poi una bella cosa la frenesia?

Abbiamo sempre paura di essere in ritardo – e lo siamo davvero, il più delle volte – abbiamo sempre fretta. Ma fretta di cosa, fretta per cosa? Costelliamo il nostro mondo di così tante cazzate, che poi non riusciamo nemmeno a gestirle, a far tutto per tempo. Siamo arrivati al punto in cui non riusciamo ad incastrare tutte le nostre cazzate in tutto il nostro tempo. C’è poco tempo, abbiamo poco tempo. No, abbiamo troppe cazzate. Il tempo è nato con noi, è su misura, non può essere mai troppo o troppo poco. Siamo noi che vogliamo definirlo, che lo definiamo.

Ma quanto stiamo meglio quando ci abbandoniamo con naturalezza al flusso delle cose? Quando, che so, viaggiamo in treno, per esempio, oppure in aereo. Quando sappiamo che comunque sia il tempo che ci vorrà per andare dove dobbiamo andare sarà quello, punto, e non dipende da noi, e non ci sono urgenze che possono essere incastrate in quel tempo tutto nostro, tutto per noi, perché è un tempo che conosciamo. Sappiamo che arriveremo a mezzogiorno e non penseremmo mai di prendere impegni per le undici. Potrai essere scocciato di quante ore ci vogliano, penserai magari che quel tempo lo stai perdendo, ma poi ti rilasserai, perché non puoi farci niente, perché rilassarti è sopravvivenza. E se ti impegnerai un po’ riuscirai anche a capire quanto invece sia importante quel tempo tutto per te, quanto sia prezioso, indispensabile.

Ieri ho ricominciato a correre. La caviglia fa ancora molto male, ma volevo farlo a tutti i costi. E nonostante il dolore, ho avuto ragione io, perché alla fine è stato un bel momento, di sofferenza fisica sì, ma anche di riflessione, di liberazione, di rinascita. Dopo mi sono sentito più leggero. Sono più leggero.

Io credo che dovremmo crearci molti più tempi nostri, ecco, che dovremmo prendere un po’ più treni, che dovremmo restare con noi stessi molto più spesso, non solo quando si viaggia. A guardare le stelle, a camminare, a meditare, con la faccia al sole, oppure sott’acqua, non importa come. Il mondo sta andando male perché le persone hanno trasformato il tempo in frenesia e la frenesia in tempo da non perdere, da rincorrere, da artigliare con le unghie.

Ci stiamo distruggendo.

E abbiamo fretta di farlo.

Quelle luci in lontananza

La notte era tiepida. Tiepida per essere una notte d’inverno, si capisce. E nera. Particolarmente nera. Non nera in senso metaforico, eh, ma proprio nera, nel senso di buia, senza luna, tenebrosa, cupa, fosca, tetra, lugubre, opaca, nebbiosa, aggrottata, preoccupata, triste, mesta, insicura, indistinta, confusa, difficoltosa, misteriosa, impenetrabile, intricata, astrusa, ostica, barbara, primitiva, minacciosa, brutta. Scherzi a parte, era proprio nera. L’orologio della cucina segnava le due e venti circa e, nonostante questo, avevo sete.

Ho bevuto un po’ d’acqua, a piccoli sorsi, facendo attenzione ad ogni sensazione, ad ogni molecola che oltrepassava le mie labbra, che bagnava la lingua, che scendeva giù dalla gola fino allo stomaco. Ho appoggiato il bicchiere vuoto nel lavandino. Avevo sete, ma non avevo sonno. È quello che mi succede quando dormo un’ora al pomeriggio e a cena mangio salato, cioè esattamente quello che era successo quel giorno.

Ho indossato un giacchetto non troppo pesante, ho preso le chiavi, ho fatto uscire prima Nino, ed io dietro a lui. Appena fuori, ho aperto il bagagliaio della Punto per farlo salire, poi mi sono messo al posto di guida e ho messo in moto. E siamo andati su, verso le montagne. Bisogna sempre andare su, quando vuoi vedere meglio, quando vuoi capire. La strada era deserta e silenziosa, l’aria di bosco pian piano sempre più fresca entrava dal finestrino aperto e mi teneva incollato al presente, a questo mondo. Nino guardava fuori, curioso. Su, ancora, e ancora. E ancora.

Dopo aver guidato un po’, individuo uno spiazzo, il classico spiazzo che puoi incontrare nei tornanti di montagna per fermare la macchina e goderti il panorama. Ed è proprio quello che abbiamo fatto noi.

La città era lontana, le sue luci sembravano in quel momento provenire da un mondo lontano, buio come il buio che avevamo intorno, straniere e artificiali. Inquinamento luminoso, lo chiamano, e hanno ragione, perché la sensazione è proprio quella, di avere davanti agli occhi qualcosa di inquinante, qualcosa che altera il naturale equilibrio delle cose, come un pacchetto di sigarette gettato a terra in un bosco.

Allora ho pensato a diverse cose.

Alla vita, al lavoro, ai politici, al PIL, alla gente del Sud, agli animali notturni, al ponte Morandi, a De Gregori, ad Angela in Sardegna, alla musica del pianoforte, agli operai. A dire il vero me lo sono proprio immaginato un operaio, laggiù, in quel mondo lontano dal quale ero partito. Un tipo sulla cinquantina, moro, magro, con due sopracciglia folte e una tuta da lavoro che gli andava un po’ grande. Mi sono immaginato che chiedesse una pausa di cinque minuti, che uscisse dalla porta sul retro e si accendesse una sigaretta. Potevo vedere il fumo e il suo volto segnato dalla stanchezza. L’ho pensato a guardare verso di me, non vedendo altro che buio. A guardare i monti neri di quella notte nera. A chiedersi se mai ci potesse essere qualcuno che non aveva sonno, lassù, in un qualche spiazzo su di un qualche tornante, con la macchina parcheggiata e il cane vicino, qualcuno che guardasse esattamente verso di lui e ne intuisse i turbamenti, le paure, le speranze ogni volta infrante da quel turno massacrante al quale era costretto.

Avrei voluto gridargli “Ehi, operaio, mi vedi? Sono qui!”, e forse l’ho gridato davvero, chi può dirlo?

Guardando quelle luci in lontananza.

Al buio.

In quella notte nera.

 

Ho sempre fatto quello che volevano gli altri

Qualche giorno fa ho guardato un film.

Diavolo se era bello! O almeno credo. Non ricordo il titolo, né di cosa parlasse, anzi, a pensarci bene non ricordo nemmeno se era un film o un episodio di qualche serie TV. Forse tutto sommato non era poi tutto questo capolavoro. Comunque, quello che volevo dire è che stavo lì, comodo sul divano insieme ad Angela, mangiavo popcorn e tenevo le gambe allungate, quando, ad un certo punto, uno dei protagonisti del film (o di quello che era, insomma), parlando con un altro, ha detto la seguente frase: “ho sempre fatto quello che volevano gli altri”.

La faccia dell’attore sembrava così avvilita che mi è quasi davvero dispiaciuto per lui e non ho potuto fare altro che mangiare un’altra manciata di popcorn, prendere lo smartphone e appuntarmi la frase sulle note per ragionarci in un secondo momento e magari scriverci su qualcosa, che poi per me è un po’ la stessa cosa, a dire il vero.

E quindi eccomi qui.

Ho sempre fatto quello che volevano gli altri. Che frase, signori! Una frase sulla quale si potrebbe aprire un mondo. Di dubbi, di domande, di riflessioni. Eppure è una frase che vuole avere un senso ben chiaro, semplicissimo, se vogliamo. Quante sono le persone che sentono di riconoscersi in un’affermazione del genere? Quante le persone il cui moto è stato decisamente influenzato non dalle proprie idee, dai propri sogni, ma dalle aspettative degli altri, dagli insegnamenti dei genitori, ad esempio, dai condizionamenti degli amici, dalle costrizioni della società? Abbiamo creato un mondo che vive sul modello del compiacimento altrui, piuttosto che sulla felicità individuale e, anzi, abbiamo mutato il concetto stesso di felicità, trasformandolo in un qualcosa che vive nutrendosi soltanto di ciò che gli altri potrebbero apprezzare di noi.

Ci siamo scollegati.

Abbiamo creato una doppia visione della vita e delle cose, del nostro essere. Siamo diventati auto conflittuali, non sappiamo quello che vogliamo, combattiamo contro noi stessi per dover capire anche soltanto che cosa desideriamo davvero.

Siamo corpi estranei.

Abbiamo incasinato tutto. Il mondo, la vita. Era tutto facile prima, molto prima. Il concetto di giusto o sbagliato non esisteva, non serviva. Avevamo un istinto innato alla gioia che ancora oggi ci portiamo addosso quando nasciamo e per i primissimi anni della nostra vita, prima che gli altri inizino a disegnare in noi un qualcuno che non assomiglia più a noi.

E noi li lasciamo fare. Perché siamo piccoli, perché siamo ingenui, e cominciamo a piangere per attirare l’attenzione. E poi finisce che al tuo pianto ci credi davvero, che diventi infelice per abitudine, che ti ritrovi a 20, 30, 40 o 50 anni, ti guardi allo specchio e vedi un’altra cosa, un’altra persona, ti avvicini come per vederci meglio e scopri anni di distaccamento. E questo ti crea inquietudine, perché il tempo perso non puoi più riaverlo indietro, e poi non sei capace, ormai. Non sei capace di essere te stesso, perché il ricordo è troppo lontano e la vita ti ha insegnato tutt’altro, ti ha spostato la testa lontana dagli specchi, te li ha rotti gli specchi. E tu ci provi a rimettere insieme i pezzi, ma niente torna come prima. Ci sono troppe crepe adesso, e anche se cerchi di riparare il tutto con le migliori intenzioni, un’immagine vera di te non emergerà mai più da quel vetro appannato.

Poi però un giorno capisci. Capisci che anche gli specchi sono una costruzione e una costrizione della società, che stanno lì soltanto a mostrare i tuoi capelli sempre più bianchi, le tue rughe, il tuo maledetto outfit per andare là fuori e compiacere qualcuno.

E allora smetti di guardare davanti a te, ti giri a sinistra, c’è la finestra. La apri, vedi gli alberi, il cielo, gli uccelli in volo, e allora prendi la prima tuta che ti capita sottomano, le prime scarpe consumate ed esci.

A cercare te stesso.

 

La luna, le stelle e altre cazzate

Quand’è stata l’ultima volta che siete usciti di casa, di notte, o quantomeno in tarda serata, che siete andati in un luogo senza luci, che ne so, in montagna, oppure in una qualche stradina di campagna, in un piazzale senza lampioni, insomma, in un qualunque posto abbastanza lontano dalla civiltà, e avete alzato gli occhi al cielo per guardare la luna, le stelle?

Resto incantato. Resto incantato ogni volta che mi fermo ad osservare quello spazio infinito sopra di me, intorno a me, sotto di me. È come se una forza misteriosa mi trattenesse la testa all’indietro e dolcemente mi costringesse a non distogliere lo sguardo, è come se mi dicesse “ehi, ma ti rendi conto?”. A volte non so che cosa dire eppure mi sento chiamato in causa, come se fossi obbligato a dire qualcosa, un’interrogazione alla quale non sono preparato. E allora inizio a parlare con me stesso, oppure con Nino, che poi alla fine è un po’ la stessa cosa. Lui non dice niente, girottola intorno nel buio, annusa l’erba, la terra, i rametti di legno, le foglie e sa lui che altro, ma in un certo senso sembra anche capire, in un certo senso sembra anche rispondere, ai miei mille dubbi, ai miei mille interrogativi.

La luna, le stelle, i pianeti. Quanto siamo piccoli quaggiù, quanto siamo incredibilmente fortunati quaggiù. Miliardi di cuccioli dentro una tana, miliardi di occhi al cielo.

Passano dei minuti, forse una mezz’ora, forse di più, chissà, il tempo è davvero relativo certe volte. Richiamo Nino, ci avviamo di nuovo verso casa. Nella testa il solo pensiero che se le persone guardassero di più la luna, guardassero di più le stelle, non ci sarebbero cose come razzismo, specismo, omofobia o violenza.

Apro la porta, rientriamo, spengo la luce, andiamo a dormire.

 

Un passo avanti

Sono un tipo mattutino. Amo svegliarmi presto, percepire il mondo che riparte intorno a me, la natura che riapre gli occhi al nuovo giorno, gli animali che escono dalle tane, dai nidi, dalle case, dalle cucce, dalle stalle, il sole che con coraggio si fa strada nel cielo illuminando ogni cosa, scaldando ogni cosa. Gli uomini, al mattino presto amo persino gli uomini, ognuno con la sua vita così complessa, i suoi problemi, le sue ambizioni, ognuno con i suoi sogni da realizzare, magari proprio quel giorno, magari domani, magari mai.

Eppure amo anche la sera, quel tempo mezzo sospeso tra il dopocena e il sonno, quello spazio di niente dove si è tutti un po’ più stanchi, un po’ più soli, un po’ più vulnerabili. È il tempo migliore per scrivere, se non si è troppo distrutti dal giorno appena trascorso, con il silenzio che pian piano pervade le città, le strade, le campagne, le case. È come se le persone, andando a dormire, mettessero la parola fine al tempo, e tu, da sveglio, ti ritrovassi in un tempo altro, immateriale, infinito, come se fossi l’unico sopravvissuto di un apocalisse biologico.

Nell’ultimo anno e mezzo non mi è stato possibile vivere questo momento. Nonostante la mia notoria resistenza alla fatica, la vita che facevo da corriere era talmente usurante che, a mano a mano, sono stato costretto a cedere qualche centimetro di corda a chi tirava dall’altra parte, ritrovandomi così un giorno ad essere quell’uomo sveglia-lavoro-divano-cena-letto che non sarei mai voluto essere. Ed è stato certamente uno dei motivi principali per i quali ho deciso di dire basta, insieme agli altri già citati nelle pagine precedenti di questo diario. Stavo diventando qualcosa, anzi, stavo diventando qualcuno che non volevo essere e, non essendo io un cucciolo e non essendoci mamma orso a spingermi con il muso nella direzione giusta, ho dovuto capirlo da me, elaborarlo da me e, soprattutto, farlo da me.

Adesso mi ritrovo inaspettatamente in un altro ambiente, con tutt’altro lavoro. Qualcosa è ripartito. Certo, la situazione è sempre quella di lavorare a giornate intere, un po’ come tutti, e questo ovviamente non mi rende felice, ma è comunque una situazione che si è smossa, che è migliorata, che vive al momento anche di quell’entusiasmo delle cose nuove che mette pepe alla vita. Non ho perso di vista il mio obiettivo ultimo e non lo farò mai, però amo sperimentare e mettermi alla prova, cercare di capire con la pratica più che con la teoria, soprattutto dare possibilità alla vita di aprirmi gli occhi in un senso o nell’altro, senza giudicare mai in maniera definitiva.

È il mio modo di fare, che piaccia o no.

Comunque, a parte il fatto che adesso lavoro otto ore (meno di quelle che lavoravo come corriere), c’è soprattutto il fatto che posso sfruttare momenti della giornata che prima non avevo modo di concedermi. In primis il mio amato risveglio. Se prima suonava la sveglia, balzavo in piedi, mi vestivo, davo da mangiare a Nino e scappavo a lavoro per essere lì tra le 7 e le 7.30, adesso che ho spostato la sveglia in avanti soltanto di mezz’ora, ma che entro due ore più tardi (e faccio anche meno strada), mi alzo e ho più di un’ora e mezza a disposizione. Infatti faccio colazione e vado subito fuori con lui a giocare per un’oretta. È un bellissimo momento. Andiamo in giro per tutto il terreno a sgranchirci le ossa fredde della notte, corriamo (caviglia permettendo), facciamo partite di calcio dove lui fa il difensore ed io l’attaccante (a proposito, secondo me Nino è proprio un ottimo difensore, certamente migliore rispetto a tanti multimilionari che vedo scorrazzare a caso in televisione), insomma, ci divertiamo e ci leghiamo a vicenda, mentre il resto della casa e della maggior parte del mondo dorme.

E poi c’è il pranzo. Finalmente riesco a fare anche quello, cosa che prima non facevo proprio perché il mio lavoro era continuativo fino alla fine e, quindi, prima finivo, prima tornavo a casa. Adesso all’una mi alzo dalla scrivania, timbro e ritorno a casa, dove Nino impazzisce di gioia e Angela mi fa sempre trovare un bel pranzetto pronto. Posso fare le cose con calma, rientro alle 15, non ho fretta. Mi bevo un bel caffè, andiamo tutti insieme in giardino a godere delle ore più calde.

E infine la sera. Sono riuscito a riappropriarmi della sera. Non sono stanco come prima, il giorno successivo non devo svegliarmi presto come prima (voglio svegliarmi presto, ma in caso di necessità potrei farne anche a meno, nonostante adesso, stancandomi meno, potrei anche dormire meno). E quindi ho ricominciato ad uscire a cena fuori con qualche amico, a leggere prima di dormire, a guardare qualche film o qualche serie TV, a passare del tempo al computer per seguire i miei canali o blog preferiti, oppure a scrivere.

Non c’è più l’urgenza del sonno, non c’è più l’ansia di ritrovarsi il giorno dopo completamente distrutti per ricominciare. I rapporti umani migliorano, la tranquillità aumenta, le pagine di libro scorrono più velocemente.

È quello che io definisco un passo avanti.

È un passo avanti.

Nella vita non dovremmo mai fare passi indietro.

 

Il lavoro, la caviglia, Torino e un Barbera dell’88

In questi giorni sono successe un bel po’ di cose, eh, vecchio mio? E il tuo diario? Dopo quella del 2 dicembre, nemmeno una pagina. Stai per caso battendo la fiacca? Qualcuno ti dava già per morto e invece chissà dov’eri, a che pensavi, cosa facevi.

Be’, sì, in questi giorni sono successe un bel po’ di cose, lo ammetto. Cose che mi hanno tenuto lontano dal computer e con la testa altrove. Tutte buone, direi, a parte il fatto che mi sono distrutto una caviglia correndo in giardino con Nino e che quindi tutte quelle cose buone le ho fatte saltellando sul piede sinistro o con un paio di stampelle o, nella migliore delle ipotesi, zoppicando.

Ma partiamo dall’inizio.

Il mio lavoro come corriere è terminato con l’ultimo venerdì di novembre, avevo dato le dimissioni e alla fine il fatidico giorno è arrivato. Le sensazioni? Ho scritto già su Facebook a riguardo, non mi piace ripetermi. Due o tre giorni prima, però, mentre torno a casa, proprio da lavoro, ricevo una telefonata da uno studio medico per un colloquio, sabato mattina lo faccio (la mia caviglia stava ancora bene) e vengo preso immediatamente. Quando sei disposto ad iniziare? Fa lei. Anche oggi pomeriggio, faccio io. Oggi pomeriggio siamo chiusi, inizierai lunedì, fa lei. Lunedì, perfetto, faccio io, l’unica cosa è che avevo in programma di andare a Torino da giovedì a domenica prossima. Nessun problema, fa lei, lavori fino a mercoledì, poi vai a Torino e poi riparti in pianta stabile da lunedì della settimana successiva. Meraviglioso, faccio io. Una stretta di mano, benvenuto a bordo, e via di volata a casa a distorcermi la caviglia in giardino.

Mamma che dolore, non vi dico, mi sono messo a urlare e a rotolarmi per terra. Angela corre giù, Nino inizia a leccarmi la testa, la faccia, a saltarmi addosso, mia madre pure corre, ma soltanto dopo aver sentito Angela che correva (non ha l’udito buono come lei, sarà l’età, le sigarette, che ne so). Pensavo di essermela rotta, avevo sentito pure crac. Saltello dentro, via lo stivale, via il calzino, la caviglia si gonfia come un pallone. Eccoci, ho pensato, ci risiamo.

E così questo è stato il mio weekend, con zii e cugine che sono venuti a pranzare a casa la domenica per il compleanno di mia madre e a me che faceva male da morire la caviglia. Sapete, da lunedì inizio un nuovo lavoro, e mi faceva male da morire la caviglia. Buona questa polenta, mamma, e mi faceva male da morire la caviglia. Insomma, avete capito il succo.

Comunque lunedì mi faccio accompagnare a lavoro da mio padre e faccio il mio primo grande ingresso da nuovo arrivato con le stampelle. Ah, ma li scelgono apposta zoppi in questo studio? No, mi hanno assunto sano, la verità è che quando sono felice non riesco mai a contenermi, lo diceva sempre mia nonna. Dunque in men che non si dica passano tre giorni e mi preparo la valigia per Torino. O meglio, la prepara Angela perché a me faceva male da morire la caviglia. Così giovedì siamo partiti, direzione Borgo San Dalmazzo (dove abita mia zia, la sorella di babbo) perché mia cugina, che chiameremo Sara (si chiama Sara davvero, ma era da tanto che sognavo di presentare qualcuno in questo modo), giovedì e venerdì sarebbe stata lì per lavoro. Tra le altre cose abbiamo aperto un Barbera dell’88, davvero degno di nota, dal quale mia zia ha prelevato quel che le serviva per farci un risotto al melograno. Venerdì sera, poi, destinazione Torino, dove ad aspettarci c’era lo chef Fabri, che anche lui si chiama Fabrizio per davvero, il marito di Sara, il quale, saggiamente, non avrebbe mai utilizzato un Barbera dell’88 per farci un risotto al melograno.

Vorrei precisare che i nomi che uso sono veri perché, almeno per il momento, nessuno di noi ha mai fatto cose orribili per le quali sarebbe stato più prudente utilizzare un nome finto. Mi piaceva dirlo. Oddio, ci siamo andati spesso vicini, questo sì, però Sara è una femmina e, ve lo dico col cuore, se non volete finire in guai seri, considerate sempre l’idea di avere una femmina nel gruppo.

Insomma, per farla breve, sono stati quattro giorni splendidi, anche se mi faceva male da morire la caviglia. E al ritorno, nemmeno il tempo di disfare il bagaglio che subito riparto con il nuovo lavoro, quantomeno però senza stampelle (sto migliorando a vista d’occhio e posso essere quasi certo di non essermi rotto niente).

Ecco perché dal 2 dicembre non ho scritto niente, fino a stasera almeno.

Ma recupererò.