Cose che non mi va di fare

Era il 2013, anno per me di cambiamenti epocali, e sul piccolo schermo di un piccolissimo cinema della mia città andava in proiezione La grande bellezza, di Paolo Sorrentino. Film bellissimo e oscar meritato a parte, una frase, più di tutte, mi rimase impressa quando uscii dalla sala e mi incamminai nuovamente sui Lungarni illuminati dai lampioni.

Ci sono Jap Gambardella (Toni Servillo) e Orietta (Isabella Ferrari), sono appena andati a letto insieme. Ad un certo punto Orietta inizia a raccontare che lei ama scattarsi fotografie, anche nuda, al che va nell’altra stanza a prendere il portatile per poterle mostrare a Jap. Ma Jap se ne va in quel preciso istante, prima che lei ritorni. Ed è in quel momento che Jap dà vita all’ennesimo suo dialogo interiore. Solo lo spettatore può ascoltarlo. Non Orietta, che è nell’altra stanza per vanità, per compensare ad una prestazione probabilmente non all’altezza delle sue stesse aspettative, ma solo lo spettatore, che invece resta ancorato a Jap e in Jap si impersona.

Non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.

Questa frase, semplice, immediata, così come lo sono tutte le cose più belle, nasconde il profondo dolore di una persona che si rende conto che la sua felicità è stata in qualche modo deviata dalla società, dall’apparenza, dalle situazioni, e la grande bellezza (appunto) ritrovata di una nuova vita che non sottostà più alle normali regole comuni. Dopo i suoi 65 anni ha deciso di dire basta.

Uscii da quel cinema e l’aria era più leggera, più fresca, più viva. Mi sembrava di aver trovato una soluzione. Poi si sa, la vita che ti sbatte a destra e a sinistra e tu che provi a rimanere sulla barca. Finisce che prendi una direzione alla quale nemmeno pensavi, che commetti degli errori, che ti dimentichi.

Poi un amico ti ricorda quella frase e le tue connessioni neurali si rimettono in moto, ritrovano subito la strada come il marinaio navigato senza bussola fa con le stelle. E succede nel momento giusto. Ora più che mai, infatti, con il tempo che è ritornato ad essere grande protagonista dei miei pensieri e delle mie giornate, quale fattore essenziale per il raggiungimento della felicità, la frase pronunciata da Servillo acquista valore, acquista realtà. Trasuda realtà.

E non possiamo ignorarla se davvero vogliamo mettere le cose a posto, se davvero vogliamo cambiare qualcosa in noi stessi. Altrimenti rimarremo le solite pedine di sempre, lamentosi fino alla noia, incoerenti fino al vomito.

Lo stretto indispensabile. Quello che non ci va di fare, ma che facciamo, deve essere rappresentato soltanto dallo stretto indispensabile, non una virgola di più. Non conta aver superato i 65 anni, i 50, i 40 o qualsiasi altro numero che abbia senso per una vostra personalissima simbologia. Conta che questo ragionamento lo si faccia subito. Non tra cinque minuti, ma subito.

Il tempo è il nostro unico serbatoio, svuotato quello non c’è più niente da fare. Eppure le persone stanno molto più attente ai soldi, che non al proprio tempo. Cercano di guadagnare sempre di più, a costo anche di passare più ore a lavoro. Non stanno attente a cosa realmente stanno investendo, a cosa realmente stanno perdendo.

Ma possiamo salvarci, ne sono convinto, possiamo salvarci ancora.

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00. Introduzione a “Guide per la Felicità”

Quante volte, durante le tue giornate, ti capita di pensare alla felicità? Alla felicità in quanto tale, intendo. Come concetto, come rappresentazione mentale, come valore da raggiungere e da difendere. Forse ti capita, magari ogni tanto, o forse non ti capita per niente. Non spontaneamente, almeno.

Ecco, io trovo che sia preoccupante, che sia inaccettabile che la società in cui viviamo ci porti così tanto ad estraniarci da noi stessi, da farci perdere di vista la cosa più importante che esista, la prima alla quale dovremmo pensare come individui e come specie.

E forse l’unica.

Perché sono convinto che se il mondo avesse sette miliardi e mezzo di persone felici, non ci sarebbe davvero più nessun problema a cui pensare. La nostra felicità trasformerebbe il nostro modo di agire, ci renderebbe parte di un tutto più grande, ci metterebbe a completa disposizione di un mondo che ci verrebbe a sua volta interamente restituito in cambio.

La felicità non è impossibile, non è un’utopia, è soltanto ben nascosta e va cercata. Nel modo giusto.

Sono passati precisamente tre mesi da quando ho deciso di cambiare tutto in me e fuori da me, da quando ho deciso di cercarla, questa tanto ambita felicità, di metterla prima di ogni altra cosa e di mettercela a qualunque costo. Ho dato le dimissioni al mio ex datore di lavoro, e questo è stato il segno di rottura più grande e anche quello più efficace, il gesto che mi ha reso più forte e che mi ha messo addosso una corazza che adesso non mi toglierò, spero, mai più.

Tre mesi di riflessioni e di sorrisi, tre mesi che mi hanno completamente trasformato e rimesso al mondo, come una seconda nascita. E la maggior parte della strada deve essere ancora percorsa, ovviamente.

E adesso voglio semplicemente parlarne in questa sezione che sto inaugurando con questa introduzione che stai leggendo e alla quale ho deciso di dare il nome Guide per la Felicità. Saranno una serie di articoli con cadenza casuale (scrivo quando mi va e libero da ogni vincolo) nei quali parlerò di ciò che credo possa aiutare in questo lungo cammino verso la felicità, scrivendo il tutto in formato di guida-tascabile.

Spero ti piaccia ciò che pubblicherò e, di più ancora, spero possa esserti utile per i tuoi obiettivi, qualunque essi siano. Sarò contento se anche solo una parola potrà esserti di ispirazione.

Buona lettura.

Un nuovo inizio

E così ieri, alla fine, è arrivato il grande giorno.

Dopo tre anni e mezzo di incazzature miste ad agonia per una causa ereditaria che non finiva più, e nella quale non c’entravamo niente, posso finalmente definirmi felice proprietario della casa nella quale abito dal settembre del 2015.

Come mi sento?

Bene. Bene. Bi e enne e. Un bene che profuma di un nuovo inizio, un po’ come tutto di questi ultimi mesi della mia vita. E non importa se già ci sto abitando da oltre tre anni: non era casa mia, non potevo fare lavori, non potevo personalizzare, rendere davvero mio quello spazio che sogno e pianifico da molti anni. Ci si scarica di un peso notevole, essere appesi per il collo da una situazione claustrofobica legale che ti inchioda lì, immobile, e poi sentir tagliare la fune che ti legava, ricominciare a respirare come si deve, come avresti voluto dall’inizio di tutto, da quel settembre.

E allora, come dicevo, tutto sa di vergine, nonostante tu lo abbia già fatto centomila volte. La prima volta che apri il cancello, che parcheggi la macchina, la prima che apri il portone, che stappi la birra o che prepari la cena, la prima volta che ti butti sul divano, la prima dormita fino al mattino.

Non c’è dubbio che tutto questo ti faccia sentire bene, non potrebbe essere altrimenti. Certo, l’incazzatura per come è andata è ancora grande, grandissima, enorme, e toglietemi da davanti agli occhi i vecchi proprietari, ma adesso relax, è fatta. E cosa conta al mondo se non l’istante esatto che stiamo vivendo? Cosa se non l’adesso? Ne ho già parlato in altre pagine e non voglio ripetermi, ma sì, sto bene. Grazie.

 faccia ‘e chi ce vò male.

Autodisciplina, costanza e pianificazione

Quello che ho imparato con il tempo è che senza autodisciplina, costanza e una buona pianificazione di base, non si va da nessuna parte. O almeno, così è per quanto riguarda la mia persona. E non parlo di robe di lavoro o simili, parlo semplicemente di tempo libero. Potrebbe sembrare folle mettersi a programmare il proprio tempo libero, darsi degli orari, rispettare delle regole, quando già ne abbiamo fin troppe da seguire sul lavoro o comunque nella vita in generale. Eppure, non facendo questo, finisce che non facciamo niente. Niente di quello che vorremmo, è questo il punto.

Ho imparato a guardare la mia persona sempre più spesso dall’esterno, ho imparato a chiederle: “ma tu che tipo di persona vorresti essere, quali sono le cose che ti piacerebbe fare, cosa ti renderebbe felice o, almeno, più felice?”. Ed è fatta.

Una volta che ti poni una domanda del genere, le possibilità sono soltanto due: o hai amor proprio e cercherai quindi di accontentare te stesso, oppure non lo hai e te ne fregherai. Se te ne fregherai, be’, la storia finirà lì, continuerai ad essere una persona frustrata che non fa quello che desidera, che crede di non avere nemmeno cinque minuti al giorno liberi per fare quella o quell’altra attività, che sarà sempre stanca e mai contenta. Ma se invece hai amor proprio, come ce l’ho io, allora per te inizierà un’altra vita, fatta di soddisfazioni, sorrisi, allegria, nonostante tutto.

Amiamo pescare, andare a correre, leggere, eccetera eccetera. Ognuno è diverso e ha le sue passioni individuali. Ma poi? Quanto davvero pescate? Quanto davvero correte? Quanto davvero leggete? È qui che casca l’asino, quando parliamo non più di sogni, ma di realtà. Provate a fare un calcolo, cercate di capire con estrema obiettività quanto tempo dedicate realmente in un anno alle vostre passioni. Nessuno vi spia, è una cosa solo vostra, potete essere onesti. E non dobbiamo necessariamente parlare di passioni in senso stretto, nel senso di attività. Potremmo anche amare passare del tempo con i nostri figli, con la nostra compagna, con il nostro cane, con il nostro nonno anziano, potremmo avere voglia di vedere alcuni amici che non vediamo da un po’, oppure vedere più spesso qualcuno che vediamo poche volte all’anno. Oppure potremmo desiderare di imparare cose riguardanti un tale argomento, quindi fare dei corsi, eccetera.

Qualsiasi cosa noi amiamo o vogliamo fare, basta decidere di dedicarle del tempo. A tavolino. Pianificare. Non importa se il tempo non è tanto, se sembra sempre che non ci sia, questa è una mezza menzogna. Dobbiamo approfittare di qualunque finestra temporale sia in nostro possesso e sfruttarlo, e volerlo sfruttare, soprattutto. Ma l’importante è deciderlo prima.

Tanti studi sulla produttività dimostrano che una programmazione delle proprie attività, che siano lavorative o meno, rende la persona in sé più produttiva, la rende capace di fare più cose. Semplicemente seguendo quello che lei stessa ha deciso di fare. Non è difficile, eppure non lo fa quasi nessuno. E infatti poi succede che sei lì, hai una mezz’ora in cui non sai che fare, allora prendi il cellulare, guardi Facebook, metti un paio di like, scrivi un paio di commenti, poi esci da Facebook, fai un giochino e la mezz’ora è volata via come se niente fosse. In un attimo. E cosa hai fatto? Hai solo buttato via trenta minuti della tua vita. Solo perché non sapevi che fare.

È proprio questo che dovremmo evitare, il non sapere che fare è la morte, dovrebbe sparire subito dalle nostre abitudini. Il non sapere che fare ci porta alla stasi assoluta. In quei momenti il tuo cervello non penserà “oh, che bello, ho mezz’ora libera, decidiamo un po’ che fare”, non lo farà mai. Ormai è troppo tardi, sei già in quella mezz’ora e resterai immobile.

Ho imparato tutto questo in diversi campi e lo sto facendo, lo sto applicando. E da quando lo faccio la mia vita, autodisciplinata da me stesso, è diventata più ricca, le mie giornate più piene, migliori.

E lo so solo io quanto questo mi stia facendo bene.

 

Momenti di meravigliosa solitudine

Ho passato la maggior parte del mio tempo con qualcuno, c’era quasi sempre qualcuno insieme a me. Parlo dei colleghi a lavoro, degli amici nel tempo libero, della ragazza, della famiglia, finanche di quelle persone che non conosci ma che condividono con te gli stessi luoghi (la scuola, l’università, i supermercati, le librerie, le pizzerie, i bar, ecc.) o le stesse passioni (in palestra, in piscina, al cinema, in biblioteca, ecc.). È sempre uno stare con qualcun altro.

Non ce ne rendiamo conto se non ci pensiamo, eppure non siamo mai da soli. O quasi mai, diciamo. Perfino a casa la prima cosa che facciamo quando rientriamo è quella di accendere la radio o la televisione, oppure ci colleghiamo in qualche modo con il resto del mondo tramite i social o le app di messaggistica. Quasi come se stare da soli fosse qualcosa di sbagliato, di doloroso, qualcosa da cui fuggire il più possibile. Probabilmente in modo inconscio abbiamo paura di farci sopraffare dai nostri pensieri più cupi, dalla malinconia che può scaturire soltanto quando non si è distratti da qualcos’altro che possa attirare la nostra attenzione anche per cinque minuti. E poi qualcos’altro ancora. E ancora.

Alla fine quel che facciamo è vivere distratti per tutto il tempo.

Un professore di psicologia un giorno entrò in aula con un bicchiere d’acqua in mano, riempito più o meno a metà. Ma non chiese se il bicchiere era mezzo pieno o mezzo vuoto, come si sarebbe potuto pensare di primo acchito. Che poi, detto tra noi, quella mi è sempre sembrata una domanda della minchia. Chiese invece ai suoi studenti quanto, secondo loro, pesava quel bicchiere mezzo pieno/vuoto. Due, trecento grammi? No, non era quella la risposta che voleva. Il peso assoluto del bicchiere non ha alcuna importanza, quello che è veramente importante è il tempo (si torna sempre lì!), per quanto tempo teniamo quel bicchiere sollevato. Se lo teniamo per un minuto, disse loro, non avremo problemi. Se lo teniamo per un’ora, invece, ci ritroveremo un braccio dolorante. Se addirittura volessimo provare a tenerlo sollevato per tutto il giorno, il nostro braccio alla fine sarà paralizzato. Eppure il peso del bicchiere non è mai cambiato. Tutto per arrivare a far capire a quei ragazzi che lo stress, le preoccupazioni della vita, sono come quel bicchiere. Piccole o grandi che siano, è il tempo che dedichiamo loro a contare davvero.

Per ritrovare la serenità, per allontanare il dolore da noi, dobbiamo imparare a lasciarlo andare, altrimenti il nostro cervello si paralizzerà come il braccio con il bicchiere. Focalizzare l’attenzione su ciò che vogliamo e non su quello che non vogliamo.

Dobbiamo imparare a mettere giù il bicchiere d’acqua.

Be’, io credo che niente di meglio della solitudine possa insegnarci a fare questo. Noi dovremmo amare la solitudine, non disprezzarla. È soltanto quando siamo perfettamente da soli che siamo liberi da qualunque apparenza, da qualunque comportamento condizionato. Siamo liberi di pensare, di riflettere, di trasformare i nostri pensieri negativi in qualcosa di positivo, di concentrarci sulle cose giuste, sui processi giusti. Come già detto per un’altra pagina di diario a proposito dell’espansione del tempo (per chi è interessato clicchi qui), credo che tutto ciò sia parte strutturale della meditazione, difatti ho già preso l’impegno con me stesso di studiarla e di capire se è il caso o meno di introdurla nella mia vita.

La solitudine. Da quando ho capito quanto bene possa fare, ho semplicemente iniziato a cercarla. E non avrei mai detto che più l’avessi cercata, più sarei stato bene con gli altri, diventassi più empatico, apprezzassi maggiormente il tempo insieme. Eppure è così. Questi momenti di riflessione, durante i quali scrivo, oppure cammino, o corro, o semplicemente sto seduto per terra a guardare un panorama o un cielo stellato, hanno migliorato di molto la qualità del tempo che passo con le altre persone, lo hanno elevato. Mi sono addirittura reso conto di essere diventato più disponibile ad ascoltare, ad ascoltare anche cose sulle quali non sono per niente d’accordo. È come se entrassi anche lì in uno stato simil-meditativo, di congiunzione con la mente dell’altro, di accettazione. Riesco, diciamo, a definire valore aggiunto anche cose per le quali prima avrei fatto litigate di un’ora.

Tutto questo grazie a quell’improvvisa decisione di iniziare il mio percorso verso la felicità, di licenziarmi dal precedente lavoro, ma anche grazie alla scrittura, alle camminate con Nino, alla riflessione, al tempo per me stesso. Tanto di questo, dunque, dipende e dipenderà sempre direttamente dalla solitudine, dallo stare da soli. Non uno stare da soli in senso assoluto, non credo che la mia strada mi porti in quella direzione, che mi porti a qualcosa di così estremo, ma uno stare da soli per alcuni momenti.

Momenti di meravigliosa solitudine.

 

Dare valore al tempo per sopravvivere al tempo

Il tempo, ancora il tempo, sempre il tempo.

Volente o nolente, alla fine c’è sempre lui di mezzo quando si parla di farcela o non farcela. E infatti credo che il nostro rapporto con il tempo, più che il tempo stesso in sé, sia uno dei punti fondamentali del nostro percorso verso la felicità. Una tappa chiave. Che se ne abbia poco è possibile, anzi altamente probabile, vista la nostra propensione a farci bloccare la vita a lavoro per almeno otto ore al giorno, ogni giorno. Per non parlare anche di tutto quello che comunque viene impegnato per il lavoro, seppur extra-cartellino (tempo per prepararsi, per andare e tornare, per trovare parcheggio, per il pranzo, ecc.).

Anche in questo caso, come sempre, è il come a fare la differenza. Come lo affrontiamo? Come lo viviamo? Quanta consapevolezza abbiamo del presente mentre viviamo il nostro tempo libero, mentre siamo totalmente in noi?

Da quando ho iniziato il mio percorso verso la felicità, la mia vita è cambiata, o meglio sta cambiando giorno dopo giorno e me ne rendo conto. E se ne rende conto anche la mia ragazza o comunque chiunque passi un po’ di tempo insieme a me. E visto che il mio percorso ha improvvisamente subìto un cambio di direzione in corsa, questo per aver accettato un’offerta di lavoro quando invece stavo progettando altri orizzonti, be’, il mio rapporto con il tempo doveva per forza di cose cambiare. Dovevo trovare il modo di affrontare diversamente quella che ho sempre sentito come la mia più grande paura, quella che è sempre stata la mia maggiore debolezza psicologica: la mancanza di tempo.

Sono arrivato al punto di capire che sì, di tempo ce n’è ben poco se si lavora per tutto il giorno dal lunedì al venerdì, ma il tempo che c’è può (e deve!) essere speso, anzi affrontato in maniera più profonda, più consapevole. Una sorta di continua meditazione in movimento, direi, ecco.

Così sto facendo. Soffermandomi sui sensi, su ogni sensazione, riflettendo, enfatizzando ogni cosa attraverso una lente d’ingrandimento interiore, godendomi ogni istante facendo sì che non mi ritrovi mai inconsapevolmente assente. Sempre presente, sempre vivo, con il sorriso che non fa fatica a mostrarsi, anche quando sono da solo. Sarà difficile da credere, ma vivere il tempo in questo modo fa avere la sensazione che il tempo stesso sia molto di più di quello che invece è realmente, come se si dilatasse. Un universo in espansione.

Non ho mai fatto meditazione (a parte un paio di volte in circostanze atipiche e senza cultura di base a riguardo), ma credo che per i praticanti abituali questo fenomeno sia ben conosciuto, che sia alla base del risultato al quale la meditazione porterebbe. Prometto di studiarmi qualcosa a riguardo e di riparlarne magari più avanti.

Credo che tutti noi dovremmo lavorare sul nostro tempo, invece di passarlo a criticare quello degli altri. Non come dovere, ma come diritto, come regalo che potremmo fare a noi stessi. Le stesse cose che siamo abituati a vedere ogni giorno cambierebbero la loro forma, il loro colore, sarebbero più intense, come se vivessimo in un mondo più bello per i nostri occhi.

Essere presenti e consapevoli, per essere felici.

E non solo per noi stessi, ma per qualcosa di grande.