06. Come eliminare i conflitti (prima parte)

La felicità non ammette conflittualità, né esteriore, né tantomeno interiore, seppure le due cose siano strettamente legate da una corda indistruttibile.

Entrambe si possono combattere e quindi sconfiggere solamente con la nostra mente, con la nostra volontà, poiché, come infatti dicono in Oriente, l’avversario di una qualunque lotta è interno a noi stessi, a differenza del pensiero occidentale per il quale la lotta è sempre contro un avversario esterno, una seconda persona, qualcuno che non siamo noi.

E hanno ragione gli orientali, a mio parere, perché se qualcosa ti disturba, se qualcuno ti infastidisce, se le azioni di qualcun altro ti fanno arrabbiare e stare male, a volte andare addirittura fuori di testa, be’, il problema sei per forza tu. Voglio dire che non puoi certo eliminare tutte le persone che ti provocano sofferenza. Per quanto non sia fattibile concretamente, ti ritroveresti a dover eliminare il mondo intero. Questo perché ci saranno sempre persone che non si comportano come vorresti (per fortuna). E nemmeno puoi convivere con quella sofferenza, con quella rabbia, con quella delusione, eccetera eccetera, perché staresti da schifo per tutta la vita, colmo di conflitti, di nervosismi, di sfoghi, altro che felicità.

Non hai quindi altra soluzione se non quella di impedire che quelle cose che comunque sono avvenute, avvengono e avverranno sempre e per sempre, proprio perché indipendenti da una tua scelta, ti disturbino. E ti garantisco che ce la puoi fare, è solo una questione di approccio, di accettazione della realtà, dei difetti, dei mali del mondo. E dato che ce la puoi fare, capisci bene quanto sia vero il concetto orientale di lotta interiore. Capisci bene che se qualcuno ce la fa e qualcun altro non ce la fa, la colpa non può essere certo attribuita ad una terza persona.

Come al solito, e non mi stancherò mai di ripeterlo, dovessi pure scriverlo ad ogni articolo, tutto dipende da te.

E inizia dall’accettazione, è su quella che devi lavorare il più possibile. Accettare non significa essere d’accordo, sia chiaro, bensì riuscire ad estrapolare dalla tua testa tutte le influenze culturali, sociali e familiari che hai ricevuto, e che continui a ricevere ogni giorno, anche se non credi che sia così, anche se non te ne accorgi, ed iniziare a pensare al netto di tutto questo. Devi riuscire a portare la tua mente ad uno stato di purezza, di illibatezza, di integrità verginale, devi cancellare da te stesso ogni pensiero di critica (buono o cattivo che sia), ogni etichetta (come già detto in uno degli altri articoli di queste guide) e diventare un puro e semplice osservatore della vita. Devi provare a pensare che davanti ai tuoi occhi tutto accada come se fosse la prima volta, senza che ci sia stato mai giudizio alcuno da parte di chicchessia.

Facendo questo tipo di lavoro per qualunque cosa ti crei problemi (possono essere anche cose che non ti riguardano direttamente, tipo omicidi che senti al telegiornale, stupri, guerre, decisioni politiche, eccetera), riuscirai innanzitutto a prendere le giuste distanze, necessarie per riuscire ad osservare meglio qualsiasi cosa, limitando il tuo coinvolgimento, ma soprattutto riuscirai ad accettare che quelle cose succedano, che non dipendono da te e che quindi non è giusto che ti facciano stare male, riuscirai ad accettare che l’uomo è cattivo, che il tuo amico ti ha tradito, che la tua ragazza o il tuo ragazzo ti ha lasciato, che tuo padre ti ha abbandonato, che il tuo datore di lavoro ti ha licenziato, che una persona a te cara è deceduta. Potrai sconfiggere qualunque tipo di conflitto se riuscirai ad accettare che un fatto avvenuto sia semplicemente un fatto avvenuto e niente di più, che non dipende da te, che è insito nella nostra natura, così come la morte, la crudeltà, la bassezza morale.

Tutto fa parte dello scorrere del tempo e della nostra vita su questo pianeta. Come osservi le stagioni che cambiano senza incazzarti con l’universo perché le ha fatte cambiare (a dire il vero c’è anche qualcuno che crea conflitti su questo, pensa all’assurdità), così devi osservare qualunque cosa si svolga su questo pianeta. E quando dico qualunque intendo proprio qualunque, non c’è nessuna eccezione.

Questo porta ad un altro discorso importantissimo, che è quello della differenza tra cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma lo affronterò nella seconda parte di questo stesso articolo.

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Giornate così

Venerdì pomeriggio non ho lavorato perché il turno del sabato mattina, cioè di ieri, questa settimana è toccato a me. Quando sono tornato a casa, allora, in virtù del fatto che non dovessi rientrare e soprattutto del fatto che il giardino pareva una giungla, ho deciso di fare il pieno di carburante al tagliaerba e di darci dentro dal primo all’ultimo centimetro, una cosa che una volta entrati in primavera, ahimè, accadrà sempre più spesso.

La giornata era ventosa ma piacevole, stavo in maglietta a mezze maniche. Nino correva euforico per tutto il giardino e ogni tanto veniva a mordermi gli stivali. Io ogni tanto mi fermavo un istante, gli facevo una carezza oppure gli tiravo qualcosa che lui andava subito a prendere. Lui si divertiva ed io andavo avanti in tutta serenità. Mi piace lavorare nel mio, curare i miei spazi, il mio cane, le mie cose. Non mi sembra nemmeno di lavorare e mi dà soddisfazione, oltre che pace interiore. Li capisco benissimo quelli che mollano tutto, che scappano da quel mondo frenetico che c’è appena varcata la soglia di casa, e si mettono a zappare la terra, a tirare su animali. Io potrei benissimo essere uno di loro e probabilmente un giorno lo sarò davvero.

Per un attimo ho pensato di indossare le cuffie dello smartphone e di ascoltarmi un po’ di musica, ma il suono sarebbe stato talmente disturbato dal forte rumore del tagliaerba che non me la sarei goduta, così ho rinunciato del tutto e ho continuato come avevo iniziato.

Ci sono volute tre ore per fare tutto quanto, escludendo ovviamente tutte le parti verticali tra un piano e l’altro. Per quelli ci devo andare a mano, a filo o a lama, e si tratta di un lavoro di giorni.

Al termine di tutto ho preso una birra dal frigo, una sedia e mi sono seduto ad osservare, Nino di fianco a me sdraiato a terra. Ha un buon odore l’erba tagliata, distensivo, fa pensare alla primavera. Leggo su un articolo del Corriere che alcuni ricercatori dell’Università del Queensland hanno scoperto che un composto chimico rilasciato dall’erba appena tagliata avrebbe la facoltà di far sentire le persone più contente e rilassate. Quanto ci sia di vero non lo so e non lo posso sapere, ma posso dire che su quella sedia stavo bene. A guardare il lavoro appena compiuto stavo bene. Ad ammirare l’armonia e la precisione della lama stavo bene.

Sarà per il fatto di aver rimesso in ordine dal primo all’ultimo filo d’erba di prato, per la birra ghiacciata, oppure per via del composto chimico scoperto nel Queensland. Poco importa.

Mi chiedo quante ne potrò vivere di giornate così, se riuscirò mai a staccare la spina dalla società, se sarò uno di quelli che molla tutto perché stanco di tutto ciò che non sia la sua vita, le sue passioni, la sua natura su questo pianeta.

E intanto ho preso un altro Labrador (una lei che arriverà il 20 aprile), leggo libri, corro, scrivo qualche pagina che non interessa a nessuno.

E domani ritornerò a lavoro.

05. Come riuscire a fare tutto (la strategia Kaizen)

Quante volte ti è capitato di pensare di voler fare una cosa e poi di non iniziarla nemmeno per paura di non essere in grado di portarla a termine, o comunque di iniziarla ma di non riuscire a mantenerla costantemente nel tempo? Iscriverti in palestra, andare a correre, fare una dieta (da lunedì prossimo…), seguire un corso, preparare un esame e chi più ne ha più ne metta.

Il fatto che tu non sia riuscito in queste cose, che oltretutto erano e sono scelte libere e personali per le quali nessuno ti obbliga, ha una spiegazione scientifica.

E per fortuna anche una soluzione.

Avete presente la storia del fight-or-flight? È quella reazione fisiologica che si manifesta di fronte ad un evento che in qualche modo minaccia la nostra incolumità, la nostra sicurezza, la nostra sopravvivenza, la quale si presenta a noi in modo binario: attacco o fuga. C’è dietro tutta una cascata ormonale che agisce soprattutto tramite l’adrenalina e la noradrenalina e influenza nell’immediato il nostro sistema nervoso simpatico, il quale ci fa agire in un modo o nell’altro. Se ti addormenti in macchina e poi all’improvviso ti svegli con un muro a 3 metri da te, o giri tutto lo sterzo all’improvviso e tiri un’inchiodata di freno da spavento, o ti tappi la faccia e aspetti il botto. Non ci sono altre soluzioni. Tutta questa reazione inizia nell’amigdala, che è una ghiandola del nostro cervello, la quale gestisce le emozioni e soprattutto la paura.

Ora, tu mi dirai: ma che c’entra questo discorso con l’iscriversi in palestra o con il mettersi a dieta? Non è mica come trovarsi improvvisamente di fronte alla morte, non è mica come se un leone sbucasse all’improvviso dietro l’angolo del palazzo.

Invece in un certo senso lo è.

Le due cose sono ovviamente diverse, tutto un altro piano, eppure il meccanismo di reazione, seppur con tempistiche decisamente differenti, è il medesimo. Il cambiamento ci mette paura, e non solo quello. Pensare, ad esempio, alla grande fatica che faremmo in una palestra se ci iscrivessimo per un anno, oppure alla sofferenza di seguire per mesi e mesi una dieta restrittiva, ci mette paura. Anche l’idea del nostro possibile fallimento ci mette paura, e questo vale soprattutto per gli esami all’università, grande problema di tutti gli studenti.

Non ci concentriamo sulla cosa giusta, questo è il punto.

L’amigdala è lì, dentro di noi, e non possiamo toglierla o impedirle di agire per quella che è la sua natura evoluta di milioni di anni. Però possiamo imbrogliarla, in qualche modo. Più che un imbroglio è il porre l’attenzione in una maniera differente, impedendo così di avere paura, impedendo così che l’amigdala dia il via alla nostra reazione. Perché, c’è da dire, che l’amigdala non solo ti fa scattare sullo sterzo in un centesimo di secondo o ti fa mettere le mani davanti agli occhi, ma è anche quella che ti blocca alla sola idea di fare qualcosa. Con la conseguenza che respingiamo quell’idea dentro di noi e non iniziamo neppure. Niente iscrizione in palestra, niente dieta, esame rimandato, tanto c’è il prossimo appello, e via dicendo. È sempre lei, la nostra cara ghiandola.

Ora, non avercela con la tua amigdala, è grazie a lei se siamo arrivati fin qui e non ci siamo estinti prima, quindi tanto di cappello alla nostra cara ghiandola. Però, ecco, è giunto il momento di riuscire a decidere quando utilizzarla e quando no, o meglio, capire come fare per evitare che ci blocchi nelle cose che noi stessi avremmo voglia di fare.

E il modo c’è.

Può sembrare una cavolata, ma vi assicuro che non è una roba improvvisata che mi è venuta in mente stamattina, ma ci sono studi, libri, è una tecnica apparentemente banale (ed è proprio per questo che funziona, come tra poco ti spiegherò) che è stata utilizzata tanto nel settore industriale, per accrescere la produzione e quant’altro.

Abbiamo detto che l’amigdala ci blocca, abbiamo detto che ci blocca perché il cambiamento ci fa paura, perché il nostro pensiero è focalizzato sul cambiamento nel suo complesso (un anno di palestra, ommioddio!). È questo il punto, è questo che dobbiamo escludere dalla nostra mente. E come fare? Applicando una semplicissima strategia comportamentale che è chiamata Kaizen (dal giapponese KAI=cambiamento e ZEN=migliore).

Il principio della strategia Kaizen è uno, quello di applicare impercettibili atteggiamenti, impercettibili miglioramenti che traghetteranno pian piano (ed è fondamentale che sia un processo lento) la persona dal punto A al punto B. È ad oggi applicato in sanità, nella psicoterapia, nel coaching, oltre che, per motivi produttivi, nel business dei processi manufatturieri, per esempio. Si basa sull’annientamento dei concetti come innovazione, rivoluzione, conflittualità (tanto di moda nel nostro magnifico occidente), in favore di un rinnovamento eseguito a piccoli passi, i quali porteranno la persona a non avere paura, ad essere incoraggiata dai piccoli ma continui successi, ad ottenere molto di più avendo pensato a molto meno.

Come utilizzarla? È semplicissimo e voglio spiegarlo con un esempio reale ed esemplificativo.

Una signora ha i classici problemi derivanti dall’obesità, dovuti soprattutto alla sua sedentarietà, la quale la butta giù anche a livello morale, come prevedibile. Il medico e lo psicologo sanno benissimo che quella persona potrebbe risolvere i suoi problemi (per fortuna non ancora irreversibili) se solo smettesse di essere sedentaria, facesse sport, dimagrisse a tal punto da tornare ad essere una persona fisicamente attiva e normo-peso. Il medico dunque le prescrive una dieta molto restrittiva (la signora deve perdere parecchi chili), poi le ordina di fare almeno 30-40 minuti al giorno di Cyclette o Tapis Roulant, unito a qualche peso per stimolare anche la muscolatura, i mitocondri, eccetera eccetera. La signora torna a casa e si ingozza di gelato, sa che una cosa del genere non sarà mai capace di farla, quindi non fa proprio niente. Si butta sul divano, si guarda dieci episodi di Grey’s Anatomy e prende un altro paio di chili.

A questo punto che succede? Succede che la figlia riesce a convincerla ad andare da uno psicologo, perché forse intuisce che il discorso più che medico in quanto tale, probabilmente è nella testa, nei pensieri della madre. Qualcosa che la blocca, qualcosa che le impedisce di uscire dalla sua comfort-zone. Precisamente: l’amigdala.

Lo psicologo ci parla, cerca di capire, sente la storia di quello che le ha detto il medico e alla fine della seduta le domanda:

– Signora, ce la fa a fare una camminata sul posto per un solo minuto?

La signora è stupita. Che razza di domanda è? Chiunque riesce a camminare, perdipiù sul posto, per un minuto. Questo psicologo probabilmente mi ha preso per un’invalida. E intanto qualcosa inizia ad accendersi nella sua testa, anche se lei ancora non lo sa. Lo psicologo le dice che può continuare a mangiare quello che mangia (che a parte il gelato di quel giorno, non è che la signora si strafocasse di schifezze, più che altro era la sedentarietà ad ucciderla), ma per tutta la settimana, prima del prossimo incontro, ogni giorno, quando lei vorrà, dovrà fare un minuto di camminata sul posto davanti alla televisione, mentre guarda Grey’s Anatomy.

Per la signora questo non rappresenta alcun problema, anzi, è contenta che la sua “cura” sia così semplice, tant’è che si motiva e va a casa contenta. Pensa che farcela sia una cavolata e una serie di meccanismi si attivano in lei, ben diversi da quelli scaturiti una volta andata via dallo studio del medico precedente. Accende la televisione, mette Grey’s Anatomy e si mette a camminare un minuto su se stessa. Lo stesso fa il giorno dopo e quello dopo ancora. È soddisfatta, tant’è che al quarto giorno cammina sul posto due minuti, visto che le risulta molto facile. Il quinto e il sesto giorno lo fa per tre minuti. Poi torna dallo psicologo per la seconda seduta.

La contentezza e la soddisfazione dello psicologo sono ovviamente e giustamente alle stelle, sa di aver iniziato un percorso con un’ottima risposta da parte della paziente, migliore ancora di quanto si sarebbe aspettato. La signora è felice, interessatissima a conoscere quali altre cose così semplici potrebbe fare per migliorare. Lo psicologo, dopo averle chiesto quanta pasta la signora mangiasse a pranzo, le domanda:

– Signora, ce la fa, dopo aver pesato la sua pasta prima di cuocerla, a togliere una sola penna e a rimetterla nella busta? Mangiare una penna in meno (o uno spaghetto in meno, o una farfalla…) crede sia fattibile?

E la signora è ancora più contenta di prima, che straordinario psicologo è questo che non mi fa soffrire per niente. Così torna a casa, è l’ora di pranzo, pesa la sua pasta, ma prima di buttarla nell’acqua toglie una penna e la rimette nella busta. “Ti mangerò la prossima volta”, le dice divertita. Così si gode il suo pranzo, che di diverso dal solito ha solo una penna in meno. La signora non se ne accorge nemmeno, ma ha imparato a togliere, così come con la camminata sul posto ha imparato a fare. Al pomeriggio è talmente contenta che si mette davanti alla televisione e fa “addirittura” cinque minuti di camminata sul posto. L’indomani toglie due penne dal pranzo e fa sei minuti di camminata, il giorno dopo ancora tre penne e sette minuti.

La settimana successiva torna dallo psicologo con il record raggiunto di 10 minuti di camminata e 10 penne in meno nel suo piatto di pasta giornaliero.

Il resto della storia te lo evito, ma il finale è, come potrai ben capire, davvero scontato: la signora arriverà al punto che seguirà alla perfezione una dieta ben fatta, oltre a fare tutti i giorni almeno 30 minuti di Cyclette o di Tapis Roulant più qualche esercizio a corpo libero e con dei piccoli pesetti. Nel giro di un anno la signora è un’altra persona, più in forma persino della figlia che non aveva nessun problema e addirittura è lei a spiegare alla figlia cosa dovrebbe fare per mettersi in forma come lei.

Questa è la strategia Kaizen, la strategia dei piccoli passi. Qual è il tuo obiettivo, qual è il tuo muro insormontabile, cosa ti mette paura, cosa pensi di non riuscire mai a fare? Inizia a spacchettare il tutto, riducilo in mille pezzi e poi inizia dal primo. Solo dal primo, non concentrarti sull’obiettivo nel suo complesso. Trova mille obiettivi e raggiungine uno alla volta.

Vuoi andare a correre tutti i giorni, ma col cavolo che ce la fai? Inizia camminando un minuto nel salotto prima di andare a lavoro, anticipa la sveglia di un solo minuto, dalle 7.30 alle 7.29.

Abituati a fare, abituati a non avere paura, abituati ad essere un vincente.

E l’amigdala muta.

Il coraggio di scrivere

In certi giorni più che in altri (e la sera prima di andare a dormire ancora di più) mi domando se c’è differenza tra uno che di lavoro fa lo scrittore ed uno che, come me, ama scrivere ma non ha mai potuto (voluto?) investire in questa attività il tempo necessario affinché potesse diventare qualcosa di concreto, insomma, qualcosa con cui comprare il pane.

Non so se è più un fatto di coraggio o più un fatto di culo.

Il coraggio senza dubbio c’entra qualcosa, e forse anche tanto. Non si può essere scrittori soltanto un’ora la sera. Soltanto un’ora la sera si può scrivere, questo sì, e fa anche molto bene all’anima se scrivere, per noi, è davvero una passione, o comunque se è importante, se ci fa stare bene, ma non si può essere scrittori in questo modo, non si può essere scrittori da farci la spesa nei supermercati e pagarci le bollette.

Non è soltanto un fatto economico, anzi, penso che il discorso del guadagno sia alla fine soltanto la conseguenza di quanto di buono si sia riuscito a fare prima. Ma è proprio il prima che viene a mancare se ci andiamo a mettere davanti alla tastiera soltanto un’ora la sera, e nemmeno poi tutte le sere, oltretutto stanchi dopo una giornata di lavoro. È qui che, dico io, entra in gioco il coraggio.

Nessuno si mantiene (o se ne conoscete qualcuno ditemi come fa, che da domani comincio anch’io) lavorando una sola ora al giorno. Ci sono gli investimenti, gli affitti immobiliari, eccetera, ma se il proprio lavoro è, come nella maggior parte dei casi, essere impegnati fisicamente e mentalmente in un’attività che non riguarda i propri capitali, ma i propri sforzi, dubito che un’ora possa bastare a tirare somme positive. Lo stesso e, anzi, a maggior ragione, vale per la scrittura.

In un mestiere così labile, spesso in bilico tra l’essere e il non essere, tra avere zero e avere una pubblicazione che ci dà quantomeno la speranza di riuscire a mangiare per un anno, non possiamo certo permetterci il lusso di dedicarci un’ora al giorno ed essere già a posto così. Fare lo scrittore, così come l’artista in generale, è sì un lavoro ben diverso dai lavori cosiddetti tradizionali, ma è pur sempre un lavoro. Pensereste mai di andare a fare l’operaio per un’ora al giorno? O l’impiegato? Dalle quattro alle sei ore al giorno (che potrebbero andare a diminuire con il tempo, quando e se saremo davvero bravi) credo sia il minimo sindacale per fare di questa attività, senz’altro artistica ma decisamente operaia, un lavoro vero e proprio, per avere delle reali chance nel mondo dell’editoria. Stephen King scrive dalle 8 alle 10 ore al giorno, tutti i giorni. Ed è Stephen King. La quantità non è certo sinonimo di qualità, ma in un certo senso un po’ lo è. Per due motivi.

Diversi anni fa, oltre al mio lavoro da dipendente in una ditta di informatica, più per passione e curiosità che per aumentare le entrate, ho fatto un po’ il fotografo per qualche matrimonio o evento teatrale. Ho imparato che il lavoro del fotografo si basa moltissimo sulla quantità. Per tirare fuori un book di 100 fotografie, se ne fanno anche 2mila. Il resto è selezione, attenzione, cura dell’occhio più che del braccio che tiene impugnata la macchina. Dunque quantità che porta alla qualità per via di un’autocritica al proprio operato che prevede di gettare alle ortiche il 95% di quello che si è fatto, per salvare un 5% che deve però essere il top delle nostre possibilità. Quel 5% sarà la nostra immagine nel mondo, in quel settore.

Ma, oltre a questo, è logico pensare che più si farà una certa attività, più miglioreremo nel fare quell’attività, oltre al fatto che dedicandoci tanto tempo, avremo più possibilità di trovare anche la strada per una propria identità diversa dalle identità degli altri, di poter sperimentare, eccetera eccetera. Avremo il tempo per decidere quale dovrà essere, o per scoprire quale sia davvero, il nostro segno d’autore.

La scrittura non è diversa in tutto questo. Per riuscire a pubblicare 100 pagine di un libro, forse ne dobbiamo scrivere 2mila, chi lo sa. Resta il fatto che in un’ora al giorno non si può fare lo scrittore di lavoro. Di hobby, di passione, di quello che vi pare, ma non di lavoro.

Il coraggio sta nel dire “mollo tutto e da domani voglio fare lo scrittore”. È un’attività come un’altra, un investimento per mettersi in proprio. Non investiamo direttamente i nostri soldi, questo sì, non ci mettiamo dentro un fondo a pagare un affitto e le bollette, ma dato che nessuno ci pagherà per passare ore a scrivere un romanzo (i soldi semmai li incasseremo dopo qualora il libro alla fine piaccia, venga pubblicato e venga venduto, tre cose che quando si verificano stiamo assistendo ad una specie di miracolo), allora si potrebbe benissimo pensare che in realtà sia anche un investimento di soldi: i soldi non guadagnati facendo un lavoro da dipendente. Perché poi le spese ce le abbiamo tutti, e continueranno ad esserci anche mentre noi scriveremo quella che pensiamo essere la storia del secolo (e che indubbiamente non lo è).

Poi c’è il culo.

Un passo indietro per farne due avanti

Da cinque o sei giorni mi sento più stanco del solito, come se avessi perso un po’ il ritmo.

Sarà questo avvento anticipato della primavera, sarà che sto viaggiando ad un passo lavoro-sport-altre attività abbastanza serrato, ma resta il fatto che sono stanco. Nessuno mi corre dietro, per carità, posso fare praticamente quello che voglio, ma mi fa strano arrivare alla sera dopo cena e non avere nemmeno un pelo d’energia per leggere un’oretta il libro che ho sotto le mani in quel momento, essere a casa di amici e crollare dal sonno, saltare due o tre sessioni di corsa mattutina per il bisogno di riposarmi un po’ di più. Mi fa strano. Però so che è passeggero, che magari da domani sarò di nuovo al top della forma, che mi ributterò dentro alle mie mille attività, come al solito, ma intanto sento la stanchezza e non mi piace.

Che poi le attività che faccio non sono nemmeno così tante, se ci penso, ma il punto è che voglio curarle tutte, dare il giusto spazio ad ognuna di loro ogni giorno, inserirle nella mia routine quotidiana che voglio rispettare a tutti i costi. E intanto penso anche al fatto di volermi buttare su quel romanzo di cui parlavo tempo fa, di voler prendere un altro cucciolo di Labrador (una femmina, stavolta) e provare a pensare anche all’idea di dare il via ad un piccolo allevamento amatoriale… Tempo, ci vuole più tempo.

Per quanto io mi possa organizzare in modo meraviglioso, tanto da sfruttare ogni singolo momento libero della giornata, alla fine il tempo a disposizione finisce davvero. Ho ancora un altro paio di possibilità da sfruttare, ma una mi renderebbe, almeno inizialmente, ancora più stanco e l’altra al momento non posso sfruttarla. Arriverà il momento, ma quel momento non è adesso.

E comunque non è facile essere “in attività”, essere impiegati fisicamente e/o mentalmente, per 16-17 ore di fila, ogni singolo giorno. Un po’ come per gli allenamenti in palestra che facevo una volta (chi pratica pesistica lo sa bene), c’è forse bisogno di una settimana di scarico ogni tanto.

Il classico passo indietro per farne due avanti.

Diciamo che potrei considerare questa che si sta concludendo oggi come la mia prima settimana di scarico della mia nuova vita, il mio passo indietro. Ho fatto meno sport, mi sono lasciato andare nel cibo e non ho rispettato le mie abitudini di lettura. A lavoro sono andato come un treno, ma quello è un fatto di responsabilità verso qualcuno e direi che non conta. La vera stanchezza è quella che non ti fa essere attivo nelle attività di piacere, quelle che ti scegli da solo, senza costrizioni, per trascorrere una vita che sia la più felice possibile.

La scrittura mi dà conforto e vorrei aumentare il tempo da dedicarle, ma con gli impegni sono saturo fino al tappo, quindi al momento non è possibile. Penso: potrei diminuire lo sport, ma correre mi fa stare troppo bene, migliora la mia produttività, la mia concentrazione, oltre alla mia salute e al mio umore; potrei diminuire la lettura, ma per me non esiste scrittura senza lettura, ho sempre visto queste due attività come due profili dello stesso volto, come due buoni compagni di viaggio, e poi leggere è una delle attività che amo di più al mondo; potrei allora diminuire il tempo che dedico al mio cane, ma non se ne parla nemmeno. E poi c’è lo stare insieme agli altri, la passione per il cinema, la passione per la musica e chissà quante altre cose, santiddio.

La verità è che non riesco a scegliere, è come avere tre fratelli davanti e dover decidere a chi sparare. Quindi alla fine andrà a finire che sparerò a me stesso e proverò a reggere il colpo.

Se sarò abbastanza forte, sopravvivrò.

Se sarò abbastanza forte, avrò fatto i miei due passi avanti.

04. Come non farsi problemi

Tutti ci facciamo problemi.

Per qualunque cosa, ci facciamo problemi.

Ti fai problemi sulle cose già vissute, sulle decisioni già prese, ti fai problemi su quello che verrà, sulle conseguenze delle tue azioni o direttamente sulle azioni che pensi di fare in un futuro prossimo, vicino o lontano che sia. Ti fai persino problemi su cose che non dipendono da te.

In realtà quello che fai, o meglio che fa la tua mente, è creare problemi, inventarli, costruirli e infine viverli. Le cose attorno a noi, di per sé, non hanno problemi. Innanzitutto perché il termine “problema” è da noi stessi coniato per indicare quelle situazioni che presentano difficoltà, ostacoli, dubbi, inconvenienti più o meno gravi da affrontare e risolvere. Ma ogni cosa che dobbiamo fare ha delle difficoltà di realizzo, anche bere un bicchiere d’acqua necessita di un impegno fisico e motorio, ma non per questo lo definiamo un problema. Potrebbe esserlo per chi soffre di patologie gravi, per chi è paralizzato, per chi ha perso la capacità alla deglutizione e vive in un letto d’ospedale collegato ad una sacca di liquidi, ma generalmente riteniamo semplice bere un bicchiere d’acqua (tant’è che esiste il detto è facile come bere un bicchiere d’acqua).

Capisci bene, quindi, che ognuno di noi, in base alle proprie capacità e, aggiungo io, in base alle proprie capacità di affrontare la vita, definisce o meno quali per lui rappresentino dei problemi e quali no. Questo dovrebbe essere già sufficiente a farti riflettere, a farti intuire che il vero fulcro della storia sei tu e soltanto tu.

Allora direi di fare il passo successivo. Se sei tu a definire una situazione come un problema, semplicemente inizia a pensare che non lo sia, innanzitutto. Inizia a credere non solo in te stesso, ma nel fatto che bene o male tutto è risolvibile, che tutto ci sembra più grande di quello che è, che tutto è soltanto il frutto della nostra mente spaventata, ma non è la realtà delle cose. Se hai fatto l’università, o se la stai facendo, saprai benissimo quante volte capiti di pensare di non sapere niente, di non essere preparati per un esame e poi, invece, passarlo con voti altissimi, rispondendo bene a qualunque domanda. Non è fortuna, non ti hanno chiesto le uniche tre cose che sapevi. Banalmente, la tua mente ha creato un problema laddove non c’era, ha creato una situazione che non è mai esistita, e l’ha creata talmente bene da fartela realmente vivere come vera fino ad un millesimo di secondo prima della prima domanda del professore.

Continuiamo con questo esempio.

Mettiamo anche il caso che ad un esame ti vada male. Può succedere, è normale. Ma ha comunque senso andare a quell’esame con l’ansia, la paura, la cagarella (persone che si cagano davvero addosso)? Può essere in qualche modo utile al tuo esame, alla tua salute, a qualcosa? La paura, in generale, è soltanto un freno. Può salvarti la vita se per paura di qualcosa non fai atti stupidi che potrebbero ammazzarti o infortunarti gravemente come, che ne so, lanciarsi da una scogliera di 20 metri, correre a 200 all’ora con una moto, eccetera eccetera, ma per le attività “normali” della tua vita, la paura è solo un terribile handicap che ti porti addosso per tua scelta, o perché non sai come affrontare la vita, perché non hai mai riflettuto su queste cose.

Ed è così per qualsiasi cosa.

La paura è d’intralcio, devi eliminare la paura. Ti chiederai come fare, è ovvio. Be’, per eliminare la paura devi riuscire per prima cosa, come dicevo anche nell’articolo precedente, a focalizzarti sull’attimo presente. Tu stai vivendo in questo preciso istante. Intendo proprio ora mentre stai leggendo queste mie parole. E nemmeno tutte, solo questa parola. Nell’attimo presente non hai nessun problema. Se hai pensieri per qualcosa di già fatto, be’, sappi che l’hai già fatta e indietro nel tempo non si può tornare; se hai pensieri per qualcosa che credi avverrà, e credi avverrà in un determinato modo, anche per questo sappi che quella cosa non è mai esistita. Le ore 21.00 di oggi, se adesso sono le 20.15, non sono mai esistite. Vivi l’attimo presente e non farti mai influenzare da qualcosa che non lo sia. Questo per prima cosa.

Come seconda cosa, devi lavorare su te stesso e sulla fiducia che hai di te stesso. E non dico solo per quanto riguarda la risoluzione di situazioni che ti si presenteranno nel lavoro, in famiglia, nella vita in generale, ma anche per quanto riguarda i pensieri che fai, le azioni che faresti.

Shakespeare diceva “essere, o non essere: questo è il problema”. Ed è proprio questo, infatti, l’unico problema che hai. Se riesci davvero a capire cosa significhi essere e ti comporti di conseguenza, non ti farai mai problemi. Se qualcuno si fa problemi per le cose che pensi, dici o fai, è questo qualcuno che sta creando un suo problema, non tu.

Come può essere che un pensiero, una certa idea a riguardo di qualcosa, sia per noi stessi un problema? Pensare questo è pura follia, quasi come se ogni individuo si sdoppiasse in due individui diversi e contrastanti, che lottano continuamente senza trovare una soluzione.

È questo il punto: non c’è soluzione.

E non c’è soluzione, perché non c’è un problema.