06. Come eliminare i conflitti (seconda parte)

Già, che cosa è giusto? E che cosa è sbagliato?

Ho introdotto questo discorso nell’articolo precedente parlando di conflitti esteriori e conflitti interiori. A parte quello già detto sull’argomento, è inevitabile prima o poi scontrarsi con un concetto importantissimo, oserei dire fondamentale per quanto riguarda l’accettazione del mondo e di quello che succede su di esso.

Il bene e il male è qualcosa che ti viene insegnato fin da quando sei un bambino, i tuoi genitori, i tuoi nonni, il tuo fratello maggiore, i tuoi zii, il catechista, l’allenatore della squadra dove giochi, gli insegnanti. Ognuno, nel suo ramo e purtroppo non solo in quello, ti dice cosa devi e non devi fare, cosa è il bene e cosa il male (e magari anche chi), quello che è giusto, appunto, e quello che invece è sbagliato. Ora, niente di male in tutto questo, se gli insegnamenti sono positivi, fa parte semplicemente del processo con cui tramandiamo l’etica di un popolo e la sua cultura alle generazioni successive.

Ma il punto non è affatto questo.

Ci sono genitori che potrebbero insegnare ai loro figli a rubare, altri che potrebbero insegnare che le diversità vadano represse, soppresse, altri ancora che le donne vadano punite quando hanno determinati comportamenti (che determinano gli uomini), che vadano puniti tutti coloro i quali abbiano un credo diverso, e tante altre oscenità che immaginerai benissimo da solo e che quindi evito di elencarti. A quel punto, forse, penserai che il concetto di giusto o sbagliato inizi a vacillare.

È il primo passo. È il primo passo per capire (ed è fondamentale questo passaggio) che non esiste un concetto di giusto o sbagliato in valore assoluto. Questo stesso concetto è un concetto creato e tramandato dagli uomini, ognuno con la sua cultura e la sua storia. Noi pensiamo che uccidere sia sbagliato, e sarà quasi impossibile cambiare idea, ma c’è chi non la pensa così. Sbaglia lui? Potremmo dire di sì, siamo certi che sbagli lui, ma lo diciamo soltanto perché nella nostra cultura uccidere è sbagliato. In una cultura che la pensasse all’opposto, quelli che sbagliano saremmo noi.

Bisogna sempre cercare di osservare le cose da angolazioni diverse, anche da quelle esattamente contrarie alle nostre. Serve a capire, a riflettere e infine ad accettare. Ma non dico che si debba accettare che qualcuno uccida, per quanto questo poi possa essere il risultato finale delle nostre riflessioni, quanto invece che si debba accettare che qualcuno pensi che sia giusto farlo. Non siamo gli unici su questa Terra e tutto fa parte di un’evoluzione, di una lotta alla sopravvivenza che ci ha portato ad essere quelli che siamo. Le persone si scandalizzano che qualcuno violenti qualcun altro, che qualcuno faccia guerre, che qualcuno si approfitti dei bambini, che qualcuno uccida altri esseri viventi per le più svariate ragioni. Sono comportamenti disgustosi, non c’è dubbio. Ma non sono comportamenti anomali, niente è anomalo se esiste. Fanno parte degli atteggiamenti insiti nell’essere umano, abbiamo prova di questo ogni giorno. E ogni giorno, ogni minuto, nel mondo animale possiamo assistere a cose di questo genere. Nessuno si interroga sul fatto che per gli animali possa non andare bene così com’è, anzi, nella maggior parte dei casi si cerca addirittura di preservare tale natura istintiva per salvaguardare gli ecosistemi. Perché se un leone ammazza un altro leone per conquistare una leonessa o un territorio va bene e se un uomo ammazza un altro uomo per conquistare una donna no, o se ammazza qualcuno per una questione di confini no? Perché l’uomo dovrebbe fare eccezione a tutto questo? Perché proprio lui, che è l’unico essere vivente sul pianeta la quale ipotetica assenza migliorerebbe di gran lunga il pianeta stesso? Perché l’uomo ha il buon senso e gli animali no? Perché l’uomo ha la ragione e gli animali no? Non mi pare proprio che sia così, visti i risultati.

La differenza sta nel fatto che la natura degli animali viene osservata, quella dell’uomo viene invece vissuta ed etichettata. Non riusciamo ad essere osservatori di noi stessi, mentre invece riusciamo ad esserlo benissimo degli altri, anche e soprattutto se della stessa razza.

Se riuscissimo, come dico spesso, ad aprire la mente e riportarla indietro verso l’origine delle cose, se riuscissimo a resettarla e ad immaginarla priva di qualsiasi condizionamento, le parole giusto e sbagliato non le conosceremmo neppure. Una cosa è, e basta. Non è giusta, non è sbagliata, è solo una cosa che sta accadendo in quel modo e in quel momento, e noi possiamo solo osservarla, capirla, ma non giudicarla.

Quando iniziamo a dividere il mondo in giusto e sbagliato, iniziamo a creare conflitto. E se c’è conflitto, non c’è accettazione. E se non c’è accettazione, non c’è felicità.

Con chi ci dobbiamo arrabbiare se succede qualcosa? A chi dare la colpa di un tale evento? Chi mettere nel mirino? Tutto ciò serve soltanto a scaricare le responsabilità, a farti sentire più leggero, ma è una leggerezza passeggera, è come ubriacarsi per dimenticare: non dimentichi per sempre, dimentichi soltanto fino a quando non ritornerai nuovamente sobrio. E poi è peggio di prima. Se invece riesci ad accettare il mondo, se riesci a togliere l’etichetta del giusto o sbagliato, allora non hai bisogno di scaricare alcuna responsabilità, non hai bisogno di ubriacarti, di sentirti temporaneamente più leggero, perché più leggero lo saresti sempre, costantemente.

È un lavoro difficile questo, non è una cosa che si fa dall’oggi al domani. Però oggi puoi cominciare a rifletterci, puoi cominciare a lavorare su te stesso, sul non colpevolizzarti per qualcosa che hai fatto in passato e che ti fa stare male ancora oggi, e puoi iniziare poi ad estendere questo pensiero anche sugli altri, a chi ha fatto cose contro di te, alle cose di tutti i giorni, a tutto il resto.

E pian piano pulirai la tua mente, la disintossicherai, letteralmente, e sarai più sereno, più saggio e anche un po’ più felice di prima.

Garantito.

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